Per chi si occupa quotidianamente di ideare, implementare o anche solo finanziare, progetti di sicurezza nelle città, il tema della valutazione è quanto di più spinoso e tuttavia imprescindibile si possa immaginare. Quante volte ci siamo detti (o ci siamo sentiti dire): “Valutare le politiche di sicurezza è impossibile”? O anche: “La valutazione di strategie di lungo corso come le nostre necessita di tempi troppo lunghi rispetto a quelli della politica”? E se invece non fosse così? Uno dei gruppi di lavoro costituiti all’interno del progetto europeo CrimPrev (concluso a fine 2009) ha proprio dedicato il proprio lavoro al tema della valutazione, tenuto conto della diversità di esperienze e di orientamenti nei paesi europei. Prendendo spunto dal bollettino n.20 del progetto (leggibile in originale link), eccovi alcuni spunti di riflessione sul tema.

Premessa: nessuno lavora volentieri sulla valutazione.

I committenti perché temono che i risultati determinino il fallimento delle loro scelte; i “valutatori” perché le
metodologie non sono univoche, dunque resta sempre alto il rischio di errore e perché il peso degli sponsor spesso condiziona oltre il dovuto.

Però di valutazione, e del bisogno di fare valutazione, si parla costantemente.

Per chi decide di avviare un percorso valutativo, possono essere utili alcune indicazioni rispetto a “cosa fare” e a “cosa evitare”.

1) Attenzione a che cosa si valuta: l’oggetto della valutazione sono i risultati e non semplicemente ciò che è stato fatto. Per sintetizzare: il numero di telecamere installate non è in nessun modo un parametro di valutazione dell’intervento; al massimo può essere un criterio per la completezza o meno dell’azione realizzata.

2) Come una mamma non vede mai brutta la propria creatura, lo stesso può valere per chi mette in campo un progetto: attenzione ad utilizzare dunque dati esterni per la valutazione e ad assumere un punto di vista distaccato.

3) Non è possibile valutare nessuna azione che non abbia fissato con chiarezza fin dalla progettazione i suoi obiettivi e le modalità di realizzazione.

4) Confrontare il prima e il dopo è di grande importanza, dunque attenzione a trascurare la descrizione del problema su cui si intende intervenire e del contesto ex ante. Un’analisi attenta della situazione di partenza permette inoltre di limitare al minimo gli “effetti imprevisti” dell’intervento; il confronto tra prima e dopo permette inoltre di monitorare il fenomeno del displacement (spostamento di un comportamento indesiderato dall’area di intervento ad un’area diversa) o il contagio positivo (allargamento spontaneo degli effetti dell’azione ad aree o a destinatari diversi da quelli previsti).

5) Tenere sempre conto che si sta intervenendo in un contesto specifico per condizioni strutturali, sociali e per tipologia delle persone coinvolte, dunque adeguare sempre i risultati alle premesse di contesto e non enfatizzare gli eventuali successi in termini di trasferibilità del modello.

6) Un progetto di valutazione serio è spesso gravoso in termini di impegno, di tempo e di costi: se le risorse sono limitate, evitare di imbarcarsi in un progetto di valutazione macroscopico che difficilmente arriverà alla fine. Molto meglio selezionare con precisione alcuni ambiti specifici dell’intervento, che possono avere un’importanza strategica o che si ritiene abbiano un potenziale in termini di trasferibilità, e concentrarsi seriamente sulla loro valutazione.

L’intero bollettino, redatto da Philippe Robert (CESDIP), è disponibile alla pagina http://lodel.irevues.inist.fr/crimprev/index.php?id=221