Come tutti coloro che lavorano nel campo della sicurezza urbana ben sanno, il tema della percezione è uno degli elementi di maggiore interesse e anche di grande ambiguità. Gli studi nazionali e internazionali in materia sono numerosissimi e piuttosto condivisi a livello globale sono gli identikit sui soggetti più a rischio di “ansia”: persone anziane, sole, prevalentemente di genere femminile e con poche risorse e occasioni relazionali. La “paura” in quanto tale è sempre più oggetto di attenzione da parte degli stessi amministratori, che si trovano ad affrontare ondate di allarme non sempre così strettamente legate al rischio in concreto di subire un evento criminale. E l’allarme dei cittadini si trasforma facilmente in allarme dei sindaci, preoccupati di non avere strumenti per arginare tale fenomeno, aggravato dalla sensazione di dovere combattere con un nemico che, in realtà, non conoscono: i media. Gli studi sul legame tra media e insicurezza non sono altrettanto numerosi e soprattutto non sembrano sgombrare il campo dal dubbio. Cogliamo l’occasione della pubblicazione della Terza indagine sulla rappresentazione sociale e mediatica della sicurezza di Unipolis, per sollecitare alcune riflessioni.

Innanzitutto, in un contesto internazionale di allarme collettivo legato alle questioni economiche, quali sono le condizioni della paura della criminalità? Per usare le parole di Ilvo Diamanti “l’ondata di paura, oseremmo dire di “panico”, montata nell’autunno del 2007 (e nei mesi, per così dire, limitrofi), si è afflosciata”. Si tratta di un fenomeno rilevabile, anche se con meno intensità, in tutta Europa, come si può vedere nella tabella riportata qui sotto.

Lo sgonfiarsi della bolla non significa però necessariamente un “ritorno alla normalità”…

Qual è infatti il rapporto tra paura della criminalità e andamento dei reati? Secondo lo studio già citato, le ondate emotive che percorrono l’opinione pubblica non sono in relazione diretta con i numeri della criminalità, come dimostra il fatto che dal 2005 ad oggi il numero dei reati non è variato in misura così significativa, mentre la percezione del peggioramento delle condizioni di sicurezza del nostro paese si attesta sempre a livelli piuttosto alti (dal quasi 90% del 2007 al poco meno dell’80% di oggi).

Veniamo ai media. Qual è il comportamento dei mezzi di comunicazione di massa rispetto al tema della sicurezza? Secondo l’Osservatorio di Pavia (che ha curato la parte del rapporto dedicata all’informazione), non esiste correlazione tra andamento dei reati e rappresentazione dei media: all’aumento dei reati nel 2006 il numero di notizie ha toccato il minimo, mentre al calo del 2007 è corrisposto il picco della presenza di notizie su fatti criminali. Al contrario sembrerebbe funzionare invece la correlazione tra allarme e rappresentazione mediatica, come esemplificato nel grafico qui sotto.

E ancora, si può parlare di una specificità italiana rispetto al comportamento dei media, quantomeno televisivi? Dal punto di vista della quantità, il numero di notizie relative a fatti criminali nei telegiornali italiani (TG1 e TG5) è significativamente superiore rispetto a quello degli omologhi francesi, tedeschi, inglesi e (di poco) spagnoli, basti pensare che nel periodo di rilevamento non passa un giorno senza che nei tg italiani si parli di criminalità.

Oltre alla sovra rappresentazione della criminalità nei tg italiani, peculiare sembra anche essere la qualità di tale copertura mediatica: se per tutti i telegiornali analizzati (e estensivamente il sistema dei media nel complesso) sono notiziabili i “casi”, cioè quegli eventi che presentano caratteristiche di eccezionalità e colpiscono immediatamente l’immaginario collettivo, si nota per l’Italia una significativa tendenza alla rappresentazione di episodi di criminalità comune (rapine, furti, aggressioni, ecc.), fenomeno pressoché sconosciuto nelle televisioni pubbliche e private degli altri paesi europei (escluso il telegiornale privato della spagnola Telecinco). Il dato appare confermato da altri studi europei, ad esempio sulla realtà tedesca  e francese . Se quindi in altri paesi europei la tendenza ad una maggiore violenza nella rappresentazione mediatica si consolida in rubriche diverse dal notiziario (fiction, reportage giornalistici di approfondimento, programmi sulla “cronaca vera”) o nella scelta di fatti particolarmente cruenti, in Italia si può parlare di una “criminalizzazione mediatica” della vita quotidiana.

In questo quadro, cosa può fare un’amministrazione, al di là delle azioni messe in campo sul territorio, per arginare l’allarme sociale? Secondo le raccomandazioni approvate a chiusura di un interessante seminario sul tema dell’insicurezza e dell’impatto dei media, organizzato nel 2008 dal Forum belga per la sicurezza urbana, esistono alcune cautele che i sindaci possono adottare per facilitare la propria comunicazione e il dialogo con il mondo dei media: in sintesi, non basta un ufficio stampa cui si chiede l’impossibile nel momento dell’emergenza, ma è necessario pensare con la testa dei media in ogni fase della progettazione, della realizzazione e dell’azione di governo nel suo insieme, magari ricordandosi che è possibile comunicare con i propri cittadini anche senza l’intermediazione di televisioni o giornali.

 

Fonti:

AA.VV.: “La sicurezza in Italia. Significati, immagine e realtà”, Terza indagine sulla rappresentazione sociale e mediatica della sicurezza, con un confronto su scala europea, I quaderni di Unipolis n.2/2010

K.H. REuband: “Portrayals of Crime in the German Mass Media. Trends, Patterns and Impact on Fear of Crime”, in G. Meško et al.: “Crime, Media and Fear of Crime”, Tipografija, 2009 J.J. Jespers: “Comment les médias traitent-ils de l’insécurité et comment influencent-ils le sentiment d’insécurité?”, in “Sentiment d’insécurité et impact des medias”, Actes du Colloque du FBPSU – 25 juin 2008

Per approfondire:

Unipolis

Demos&Pi

Osservatorio di Pavia

Forum belga per la sicurezza urbana – topic media e sicurezza