Verso un piano nazionale contro la violenza alle donne?
Lo scorso 25 novembre 2010, in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, il Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, ha annunciato il varo di un Piano nazionale italiano contro la violenza sulle donne e lo stalking. Abbiamo chiesto a Violetta Plotegher, Assessore alle politiche sociali del Comune di Trento, membro della presidenza FISU, di riflettere sulle luci e le ombre della proposta del governo.
D: In questa fase i riflettori della politica italiana sono puntati sul ruolo e la dignità della donna nella società. Cosa ne pensa della proposta di un piano nazionale contro la violenza di genere?
Si assiste drammaticamente al degrado dell’immagine della donna che le vicende politiche italiane restituiscono. Oggi appare più che mai importante lavorare sulla tutela della dignità e della persona della donna, come peraltro hanno reclamato a gran voce i partecipanti alle manifestazioni del 13 febbraio scorso. In questo contesto, appare ancora più evidente il vuoto normativo che riguarda il contrasto alle diverse forme di violenza di genere; da questo punto di vista l’Italia è sicuramente arretrata rispetto ad altri paesi europei, come la Spagna o l’Inghilterra, che si sono dotate già da anni di leggi nazionali, per non palare, poi, dei paesi extraeuropei.
Nonostante questa importante carenza a livello normativo mi preme evidenziare che il sistema di servizi di assistenza e tutela per le donne vittime di violenza in Italia è piuttosto avanzato a livello organizzativo, basti pensare alla diffusione delle Case delle donne e ai Centri antiviolenza nelle diverse regioni. L’assenza di una strategia complessiva e di un piano nazionale di finanziamento garantito e continuativo certamente nuoce gravemente sul lavoro delle operatrici e degli operatori impegnati intensamente, spesso a livello di impegno puramente volontaristico, su diversi piani, dalla formazione all’assistenza delle vittime.
D: A suo avviso, quali sono gli aspetti positivi di questo piano?
Anzitutto la promessa di un piano nazionale di contrasto è di per sé già un’ottima notizia, perché è prioritario colmare il vuoto normativo nazionale. Entrando nei meriti del contenuto, tra gli aspetti positivi vi è senz’altro l’ambizione di connettere in una rete nazionale le competenze già consolidate dei centri antiviolenza, del numero verde 1522 e delle Forze dell’Ordine e i servizi che a vario titolo rientrano nel percorso di presa in carico ed uscita dalla violenza. Come sappiamo tra servizi diversi, ricchi di professionalità specifiche, in assenza di protocolli e di procedure interistituzionali, è difficile creare sinergie e collaborazioni che vadano al di là delle disponibilità personali.
Poi valuto senz’altro positivamente anche l’intenzione di promuovere un osservatorio per la raccolta dei dati quantitativi sull’entità del fenomeno per monitorarne l’evoluzione su scala nazionale. Al momento disponiamo principalmente dell’indagine dell’ISTAT, che però risale al 2006, e di alcuni approfondimenti su temi specifici, come le molestie sessuali, pubblicati l’anno scorso sempre dall’ISTAT e di rilevazioni condotte, per lo più in modo sparso, da parte degli enti e dei servizi più intraprendenti e sensibili al tema.
D: Si intravedono già anche aspetti negativi?
Sicuramente sì. Anzitutto sono colpita dalla lentezza che sta seguendo l’iter di attuazione di questo piano, di cui si parla ormai da anni.
Vedo molto discutibile anche il mancato coinvolgimento egli Enti Locali; il piano, infatti, rivela un approccio “top-down”, proponendo un percorso, sì partecipato, ma che parte dal livello nazionale per arrivare al locale. I soggetti coinvolti, almeno in questa fase, sono i Ministeri competenti, molto distanti dalle istanze che le vittime di violenza indirizzano normalmente ai rappresentanti della propria comunità di riferimento.
Ma la preoccupazione principale riguarda l’effettiva entità e la stabilità del finanziamento che lo dovrebbe sostenere. Il “fondo per le politiche relative ai diritti e le pari opportunità" prevede già da qualche anno una quota di 20 milioni di euro da destinarsi all’attuazione del piano nazionale contro la violenza e all’istituzione dell’Osservatorio per la rilevazione dei dati nazionali. Tuttavia nel testo del documento non viene fatto riferimento al montante finanziario che sosterrà le azioni previste, che, per la loro complessità, richiederanno sicuramente risorse certe e cospicue per garantire il potenziamento dei centri esistenti, la creazione di nuovi, le iniziative di formazione e sensibilizzazione e le attività di monitoraggio.
D: Per concludere, dopo avere evidenziato le luci e le ombre del piano, vi sono aspetti su cui metterebbe l’accento per migliorare i contenuti del documento?
Prima di ricoprire questa carica istituzionale ho maturato un’esperienza professionale come medico specialista in ginecologia lavorando soprattutto nei Consultori Familiari. Da questo punto di vista posso affermare che medicina e politica hanno molto in comune: ambedue si prendono cura delle persone a partire dalla realtà dei loro bisogni per trovare soluzioni concrete e sono efficaci quando permettono di mettersi in gioco nell’incontro e nella relazione. In entrambi questi campi la prevenzione è fondamentale, quindi mi sentirei di insistere sulla formazione delle équipe sanitarie al disvelamento dei segni di violenza domestica, riconoscibili sulle donne che accedono alle strutture sanitarie, magari segnalando altri disturbi.
Da ultimo vorrei sottolineare un elemento importante che riguarda un altro ambito particolarmente delicato collegato anche all’aspetto sanitario: la dimensione interculturale delle vittime. Si tratta di riconoscere la diversità e la complessità anche nel campo della violenza di genere essendo ben consapevoli del decentramento culturale che ci viene richiesto come politici e come professionisti.

